
di Emiliano Sciarra
Si sente spesso parlare di «magia» del pendolo, di pendolini «magici», dello strumento radiestesico che «cattura» le «energie» o le «vibrazioni» che ci circondano. Niente di tutto questo.
La Radiestesia è, sì, la sensibilità alle radiazioni o fluidi di un testimone (che sia una fotografia, una sostanza, una persona…), ma si tratta di sensibilità psichica, non meccanica.
Chi è sensibile non è il pendolo in sé, ma la persona che lo utilizza: il pendolo è, appunto, solo uno strumento, un indicatore, una lancetta che invece di captare quello che avviene intorno a noi serve invece a rivelare quello che è dentro di noi, cioè la risposta al quesito.
Interrogare il pendolino è farsi una domanda e darsi una risposta: risposta che è dentro di noi.
Gli errori che si commettono nel ricercare le risposte con la Radiestesia non sono imputabili allo strumento, semmai alla nostra incapacità di attenzione, astrazione e concentrazione, ovvero la distrazione che non ci consente di comunicare liberamente con il nostro subcosciente, il vero ricercatore e autore di tutti i responsi.
La forma e il materiale del pendolino sono dunque molto meno importanti rispetto al dominio della propria mente: potrebbe essere qualunque cosa, «un oggetto leggero, una pallina, un anello, un oggetto [leggero, anche solo 10 grammi] appeso ad un filo di 12 o 17 centimetri».
Se un pendolino funziona meglio di un altro è perché conferisce una maggiore sensibilità allo strumento e consente una «pronta risposta del subcosciente»: questo però è in gran parte personale e variabile, sebbene ci siano delle costanti abbastanza universali (per esempio la testa fatta di spire di rame avvolte tre volte e mezzo).
